lunedì 3 dicembre 2012


Spedizione alle Isole Svalbard. 
Inseguendo un "sogno"




Mai mi sarei immaginato, un giorno, di percorrere quei “sentieri azzurri” tanto decantati dal noto esploratore italiano, il generale Umberto Nobile, nel suo diario di volo in data 13 maggio 1926.

Sin da piccolo mi sono appassionato alla natura e alla montagna in particolare. I paesaggi ricoperti di neve, nel loro candido manto, hanno sempre suscitato in me un senso di profonda tranquillità e amore per il creato, di stupore e al contempo timore e rispetto verso qualcosa che sentivo, e sento tuttora, essere al di sopra di tutto, che tutto osserva e controlla.

L’uomo, lo sappiamo, è sempre stato mosso da un senso di ricerca di un qualche cosa di non ben definito. Gloria, potere, ma soprattutto voglia di conoscenza e ricerca di se stessi hanno spinto nel tempo uomini impavidi ad affrontare fatiche e privazioni di ogni genere.

Per rimanere in ambito polare, che è poi il tema di questo scritto, vorrei qui citare gli esploratori svedesi Adolf Erik Nils Nordenskjöld e Salomon August Andrée, l’esploratore norvegese Roald Amundsen, tra i più grandi di tutti i tempi, e l’italiano Umberto Nobile con le sue trasvolate polari a bordo dei dirigibili Norge e Italia. Non voglio qui soffermarmi sulla grandezza di tali personaggi, in quanto ampia letteratura è possibile trovare su di essi, molto si è discusso su tali figure e molto ancora se ne discute. Ad Amundsen e Nobile sono legate quelle famose e, al contempo, tristi vicende legate al naufragio del dirigibile Italia del 1928.

Siamo ai primi di maggio del 2007, ci troviamo attorno ai 78° di latitudine nord, stiamo per atterrare con l’aereo su Spitsbergen, isola norvegese del Mar Glaciale Artico, la maggiore dell’arcipelago delle Svalbard. Subito mi torna in mente quanto ebbe a scrivere Nobile (MONTI, 1970 ; FERRANTE, 2000) trovandosi di fronte quello splendido paesaggio che io stesso, a distanza di anni, settantanove per l’esattezza, mi trovo a contemplare:

« […] Lo spettacolo è magnifico. È la regione polare come me l’ero immaginata.
Tutta bianca, la superficie del mare gelato, ed avvolta da una nebbia biancastra, trasparente.
[…] Lo spettacolo – nel suo genere – è bellissimo. Impossibile descriverlo.
Trovare le parole adatte per dare un’idea di questa superficie bianca,
con delle ombre, con delle macchie azzurre, screzi di azzurro, ricami di azzurro, 
sentieri azzurri. […] »

Le Svalbard viste dall’aereo. (foto M. Zanconi – Foto CMR)


Mi trovo in questo luogo da sogno, perché di questo si tratta, di un sogno divenuto realtà, quale componente di una spedizione scientifica organizzata dall’Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti” di Fermo nell’ambito dell’Anno Polare Internazionale (International Polar Year: IPY) (FRINCHILLUCCI, 2007). Questa del 2007-2009 rappresenta la quarta edizione degli Anni Polari Internazionali, le precedenti edizioni si svolsero negli anni 1882-83, 1932-33, 1957-58 (MAZZOLI, 2007). Un evento che vede coinvolti migliaia di scienziati e ricercatori polari di tutto il mondo negli studi sulla ricerca geofisica e delle scienze umane.
Con i miei compagni di ventura, mi sto accingendo a vivere un’avventura breve ma densa di emozioni e soddisfazioni. Oltre a me, maceratese scialpinista e archeologo di professione, vi sono: Gianluca Frinchillucci, direttore dell’Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti”, nonché capospedizione; Enrico Mazzoli di Trieste, studioso degli Anni Polari Internazionali; Giorgio Marinelli di Civitanova Marche, già componente di spedizioni polari; Michele Pontrandolfo di Pordenone, esploratore polare; Massimo Zanconi di Macerata, fotoreporter; Marco Giorgesi e Carlo Zerbinati di Pordenone, scialpinisti; Ugo Tesei di S. Ginesio (MC).


I componenti della spedizione. (foto M. Zanconi – Foto CMR)

Le prime frequentazioni delle Isole Svalbard si ritiene possano risalire al XII secolo da parte di popolazioni vichinghe. La prima menzione, di cui si ha notizia, sulla denominazione «Svalbard» (in antica lingua islandese: ‘Terra dalle coste fredde’) la troviamo negli Annali Islandesi del XII secolo. Si ritiene, inoltre, che i Pomori, celebri navigatori e cacciatori siberiani, abbiano frequentato le Isole già a partire dalla prima metà del XVI secolo.
Nel 1596, l’esploratore e navigatore olandese William Barents individuò le coste meridionali delle Svalbard e impose alla maggiore delle sue isole il nome di Spitsbergen: ‘Terra dalle cime appuntite’. Successivamente, nel 1607, il navigatore ed esploratore inglese Henry Hudson diede notizia della enorme quantità di balene che popolavano quei mari (ZAVATTI, 1979). Ebbe così inizio la caccia alla balena, soprattutto da parte dei Russi e degli Olandesi. Agli inizi del XVIII secolo, con l’inesorabile declino del numero dei cetacei, popolazioni provenienti dalla Russia si dedicarono alla caccia degli animali da pelliccia. Sul finire del secolo i cacciatori russi si rivolsero anche alla caccia ai trichechi, foche e beluga, con essi troviamo anche i cacciatori di foche norvegesi. Dal 1899 ebbe poi inizio lo sfruttamento di importanti giacimenti carboniferi. Nel 1920, con il trattato di Parigi, l’arcipelago delle Svalbard passa sotto la sovranità norvegese (Ass. Grande Nord, 2003).
Questa in breve la storia delle Isole Svalbard meta, come riferito, di genti in cerca di fortuna o di conoscenza. Queste terre rappresentarono, nel XIX secolo e sino ai primi decenni del secolo successivo, la base avanzata nella “via europea” per la conquista del Polo Nord (PELLICCIONI, 1997).
La mia, o meglio, la nostra spedizione intende far conoscere, in primis, la situazione climatica cui stiamo andando in contro, dovremmo parlare del cosiddetto “Global Change”, o meglio dei cambiamenti climatici della Terra, di cui tanto si discute in questi tempi. Sull’argomento, interessante il contributo edito sulla rivista “Il Polo” a firma di alcuni ricercatori dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico e del Dipartimento Attività Scientifiche e Tecnologiche del CNR (AA.VV., 2001). Il Centro Nazionale delle Ricerche è presente sulle Isole Svalbard con la base “Dirigibile Italia” di Ny Ålesund (Spitsbergen). Secondo un recente studio condotto da un’equipe di ricercatori gallesi e norvegesi, pubblicato sulla rivista scientifica «Geophysical Research Letters», i ghiacciai delle Svalbard si stanno assottigliando a un ritmo sempre più sostenuto (AA.VV., 2007).
L’innalzamento delle temperature, con conseguente riduzione dei ghiacci e delle precipitazioni nevose, sta caratterizzando anche il paesaggio delle Svalbard e noi, “novelli pionieri”, non possiamo far altro che prenderne atto e scriverlo a chiare lettere, nella speranza che tutti aprano gli occhi e lascino da parte un po’ del loro egoismo. Per usare una frase fatta: “non è mai troppo tardi”. Speriamo sia realmente così.
Nel prendere in considerazione gli obiettivi della spedizione, vorrei qui riallacciarmi alle vicende passate che hanno caratterizzato i luoghi da noi visitati. Ci siamo come immersi nel passato sulle tracce dei trappers, i cacciatori di pelli sopra citati, che qui vissero sino ai primi decenni del XX secolo. Percorrendo distese innevate, ghiacciai, splendide valli, il tutto con sci ai piedi trascinando la pulka (slitta ove porre tutto il necessario alla sopravvivenza), spesso sono rimasto estasiato nel vedere la volpe artica, la renna, tutti naturalmente avvolti di un candido mantello, colti nella loro naturalezza e subito intimoriti dalla nostra presenza, strani esseri variopinti. Grande meraviglia ho provato nell’imbattermi nelle orme del temibile orso bianco. Con le apparecchiature video fotografiche a nostra disposizione, Massimo per la documentazione fotografica, io per quella video, siamo andati a caccia di quegli splendidi animali, ma da “novelli” ricercatori, non con lo stesso interesse degli antichi trappers. Quei cacciatori vivevano in questi spazi immensi in cerca di preziose pellicce da commerciare. Per sopravvivere al freddo e al gelo, dovettero costruire piccole strutture in legno, le huttes.
Nel corso della nostra traversata con gli sci, ci siamo imbattuti in alcune di tali strutture. Ovviamente, come primo pensiero, viene da chiedersi chi può aver deciso di vivere in un ambiente all’apparenza tanto ostile.


Accampamento. (foto M. Zanconi – Foto CMR)


Dopo aver dormito nelle nostre tende (tre tende, ciascuna occupata da tre componenti la spedizione), con temperature interne prossime agli zero gradi ed esterne attorno ai meno venti, trenta gradi centigradi, dopo aver a lungo peregrinato con l’ausilio della bussola, del GPS e della carta topografica, avendo attraversato ghiacciai, valli immense, fiumi ghiacciati, spesso accompagnati da un gelido vento, sotto tormente di neve, con temperature vicine ai meno trenta gradi, giungere in vista di strutture a noi familiari sembra quasi alleviare le nostre sofferenze e riempire il cuore di felicità.


Il gruppo in cammino. (foto M. Zanconi – Foto CMR)


Dopo aver attraversato luoghi dai nomi evocativi quali Adventdalen, Drønbreen, Bergmesterbreen, Lundströmdalen, dopo aver percorso una trentina di chilometri soli con noi stessi e con Madre natura, siamo giunti in prossimità del fondovalle della Lundströmdalen, dove questa va a immettersi nella ben maggiore valle che assume il nome di Kjellströmdalen. In lontananza scorgiamo qualcosa che sembra voglia richiamare la nostra attenzione. Con i binocoli scrutiamo l’orizzonte, subito ci rendiamo conto che, oltre quella ampia distesa bianca dinanzi a noi, vi è una presenza amica.
Giungiamo, dopo aver percorso all’incirca tre lunghi ed estenuanti chilometri, in prossimità di una capanna, perché di questo si tratta, di modeste dimensioni, in completo abbandono, oramai cadente, con la struttura in legno in lento disfacimento. Si tratta di una piccolissima hutte adatta ad accogliere massimo due cacciatori. Viene da chiedersi chi può aver abitato questo riparo, quale cacciatore può essersi spinto tanto lontano alla ricerca della tanto agognata preda. Accanto alla modesta struttura, troneggia una piccola e graziosa casetta in legno, moderna, a cui è a noi precluso l’accesso da un lucchetto apposto alla serratura della porta di ingresso. Così, dopo aver montato il campo, ci ritiriamo nelle nostre tende, nelle quali dobbiamo sciogliere della neve con un fornello a gas e con l’acqua così ottenuta cucinare dei cibi energetici liofilizzati, prestando però molta attenzione alla fiamma, in quanto in caso di incendio la tenda si dissolverebbe in pochi attimi e noi non avremmo il tempo di fuggire. Consumiamo così il nostro meritato pasto, facciamo poi il punto della situazione con l’ausilio della mappa geografica e, dopo aver riportato alcune note sul diario, bisogna farsi “coraggio” e uscire dalla tenda per assolvere ai bisogni corporali. Rientrati infine nella nostra “tana”, sempre facendo attenzione a non sporcare l’interno con la neve, trascorriamo alcune ore di riposo nei sacchiletto. A volte risulta difficile dormire. Il sole, alto all’orizzonte, che vigila sul nostro sonno e un senso di sete improvvisa mi ridestano spesso dal dolce mio “letargo”.


Una piccola hutte. (foto M. Zanconi – Foto CMR)


L’indomani, sveglia all’alba e partenza dopo i preparativi di rito che prevedono: vestizione con indumenti caldi e traspiranti, colazione a base di tè e prodotti energetici liofilizzati, assolvimento ai bisogni fisiologici in buche di fortuna scavate nella neve, smontaggio tende, accurato stivaggio nelle slitte di tutto il materiale, verifica degli attacchi e del perfetto ancoraggio delle “pelli di foca” alla soletta degli sci, assicurazione della pulka all’apposito imbraco assicurato in vita, prestando molta attenzione nel regolare a dovere gli ancoraggi, pena una non ottimale distribuzione dei carichi con conseguente ulteriore sforzo e causa spesso di lievi fastidi muscolari nei punti di contatto con l’imbraco. Da dire che le nostre slitte non superano i 30-40 chilogrammi di peso, che, a detta del nostro compagno Michele, esperto esploratore polare, sono ben poca cosa in confronto ai carichi che deve egli sopportare durante le sue lunghe traversate sui ghiacci.
Si riparte finalmente per la Kjellströmdalen. Nostra meta è una casa dei trappers posta in prossimità della testata della valle, a oltre dieci chilometri di distanza. Dopo lungo camminare, come un miraggio, un edificio ci appare da lontano e subito dolori e fatiche sembrano quasi svanire.
La casa, rimessa a nuovo da recenti restauri, è una struttura in legno di modeste dimensioni ma accogliente, con piccolo vano di ingresso e un’unica stanza dotata di tre posti letto e luogo cottura. Oggi tale edificio può essere utilizzato solo in caso di estrema necessità, da chi, trovandosi a percorrere quei luoghi, dovesse incontrare serie difficoltà. Prima di partire per la nostra traversata, infatti, ci è stato fatto esplicito divieto di utilizzarla. Così, dopo aver allestito, come di consueto, il campo base, tanto per “sgranchirmi le gambe”, se mai ce ne fosse bisogno, dopo giorni di fatiche a trasportare le slitte e a correre avanti e indietro al gruppo per effettuare le riprese con la telecamera, parto con gli amici Carlo e Marco per una breve scialpinistica verso un vicino colle, io con la mia attrezzatura da scialpinismo, loro con quella da telemark. Nebbia e neve ventata sono il giusto corollario di una splendida giornata trascorsa sulla neve. Anche la notte non sembra volerci risparmiare, un forte vento scuote le nostre tende, ma gli ancoraggi, ancora una volta, assolvono bene alla loro funzione.


Campo base con hutte. (foto M. Zanconi – Foto CMR)


La nostra “avventura” sta per terminare, ma prima che ciò avvenga, anche se dovremmo parlare di una fine che preannuncia un nuovo inizio, veniamo prelevati da alcune motoslitte e condotti verso nord. Attraverso splendidi paesaggi, in una giornata finalmente soleggiata, dopo giorni in cui il sole si era nascosto ai nostri sguardi, giungiamo su un fiordo, il Sassenfjorden, sul quale si affacciano splendide montagne ammantate di neve. Troviamo qui alcune casette degli antichi trappers, tutte ristrutturate tranne una, questa in particolare attira la mia attenzione, una modesta struttura in legno, pietre e zolle di terra che mostra in pieno la sua vetustà. Mi affaccio attraverso il vetro della finestra chiusa, forse nella speranza di scorgere una qualche lontana presenza, una presenza amica, che sappia narrarmi vicende vissute.


Una piccola hutte. (foto M. Zanconi – Foto CMR)


Prendendo in prestito il titolo evocativo di un’opera di ZAVATTI (1979), i miei compagni ed io potremmo considerarci degli “uomini verso l’ignoto”, non tanto e non solo per i risvolti alpinistici della spedizione, gran poca cosa in confronto a ben altre imprese alpinistiche, bensì per i molteplici risvolti scientifici della nostra ricerca. Il “Global Change”, la vita dei trappers, lo studio sulla fisiologia umana compiuto su di noi da un’equipe dell’Università di Camerino guidata dal prof. Pierluigi Pompei, sono tutti aspetti interessanti e profondamente utili per comprendere meglio chi siamo e dove stiamo andando. Senza l’esperienza sul campo e soprattutto senza la necessaria consapevolezza di se stessi, che si raggiunge solo dopo sacrifici e privazioni, pieni inoltre del nostro egoismo, non amando e non rispettando il creato, mai riusciremo a cogliere fino in fondo il senso della vita, il reale significato di “uomini verso l’ignoto”.
Questo umile scritto è in memoria di tutti coloro i quali hanno dedicato la loro vita alla conoscenza. In particolare, da italiano, vorrei qui ricordare i caduti della spedizione del dirigibile Italia del 1928. Nel tragico epilogo della spedizione perirono Renato Alessandrini, Ettore Arduino, Attilio Caratti, Callisto Ciocca, Ugo Lago, Finn Malmgren, Vincenzo Pomella e Aldo Pontremoli caduti «per l’alta causa della conoscenza umana», come ricorda l’iscrizione dedicatoria sul monumento posto a Ny Ålesund.
Vorrei concludere con la bellissima preghiera riportata sul sopra citato monumento:


«Signore delle solitudini che hai raccolto
le estreme invocazioni dei nostri cari,
che conosci il segreto delle loro gelide dimore,
proteggi il loro riposo e fa che
nessuno dimentichi il loro sacrificio»


Il ‘pensatore’ in contemplazione. (foto M. Zanconi – Foto CMR)


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Bibliografia


AA.VV., 2001 – L’Italia alle Svalbard. Storia, Esplorazione, Ricerca Scientifica. Il Polo, 2-3-4 : 7-60.

AA.VV., 2007 – Recent extreme near-surface permafrost temperatures on Svalbard in relation to future climate scenarios. Geophys. Res. Lett., 34, L17502, doi:10.1029/2007GL031002.,

ASS. GRANDE ORD 2003 – Svalbard. Artico da Scoprire. Savigliano (CN), Gribaudo Edizioni : 14-25.

FERRANTE, O., 2000 – Sentieri Azzurri. La conquista del Polo Nord. Garbagnate Milanese (MI), Anthelios Edizioni : 44-46.

FRINCHILLUCCI, G., 2007 – La traversata nelle Isole Svalbard: un’occasione per far conoscere l’Anno Polare Internazionale. Il Polo, 2 : 5-11.

MAZZOLI, E., 2007 – Alle origini degli Anni Polari Internazionali. Il Polo, 2 : 47-54.

MONTI, M., 1970 – Gli eroi dei due poli. Milano, Longanesi : 35.

PELLICCIONI, F., 1997 – Una ricerca antropologica “ai confini del mondo”. Ricerca e Futuro, Rivista del Consiglio Nazionale delle Ricerche, 4.

ZAVATTI, S., 1979 – Uomini verso l’ignoto. Gli esploratori del mondo. Ancona, Gilberto Bagaloni Editore.

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Visita il sito dell'International Polar Year 2007-2008:
http://www.ipy.org/

Visita il sito dell'Istituto Geografico Polare "Silvio Zavatti":
http://www.museopolare.it/

Visita il sito dell'allora Direttore dell'Istituto Geografico Polare "Silvio Zavatti": http://arcticdreams.blogspot.com/

Visita il sito dell'esploratore polare Michele Pontrandolfo:
http://www.artiko.it/

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L'articolo è visionabile anche qui:
http://www.aquischienti.org/sito/index.php?option=com_content&task=view&id=51&Itemid=26 
 
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